“Ho conosciuto una medaglia d’onore”

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“Ho conosciuto una medaglia d’onore”
LA STORIA
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Scopa!”

“Ma Angelo, dove sei con la testa, come fai a lasciare sul tavolo solo soletto il tre di fiori appena alla terza mano?”

“Aspetta Mario: la classifica la si fa alla fine del campionato!”

Come tutti i pomeriggi che Dio mette in terra una ventina di signori giovanilmente novantenni giocano a scopa, tutti distribuiti ai vari tavolini del circolino di Gandino, ameno paese al centro della valle omonima, confinante con la Valle Cavallina, quella famosa per le pesche.

Settantacinque anni fa in quelle valli c’erano i partigiani. Ma c’erano anche i fascisti. Quelli che arrestarono Angelo, allora quattordicenne che dopo essere andato a far legna nel bosco, per obbedire a sua madre che gliela aveva chiesto, era andato a comprare il pane in paese.

“Altro che pane trovai! Da quel giorno per più di un anno ho trovato la fame! La disperazione più terribile” – mi dice Angelo – “mi portarono a Linz, in un campo di concentramento. Solo un reticolato più alto ci divideva da Mauthausen”.

Angelo ha degli occhi azzurri color del mare e come il mare profondi. Sotto lo sguardo i suoi ricordi guizzano in continuazione fra reticolati, crudeltà inumane e tanta, tanta sofferenza.

Angelo ce l’ha fatta: è tornato dal campo di concentramento. La memoria è la sua storia; l’energia, la vitalità e la passione il suo progetto per tornare a vivere.

“Con i camion le camicie nere ci portarono al vecchio Lazzaretto, sì quello, dove una volta ci mettevano gli ammalati di peste”.

“Papà, fu lì che ad agosto accendeste il fuoco, vero? Ma davvero ai fascisti che si precipitarono dentro gli rispondeste che avevate freddo?”

“E che avremmo dovuto dire? Che c’eravamo messi a bruciare i volantini di propaganda partigiana che uno di quei ragazzi che avevano catturato con me teneva nella camicia?”

“Ma era estate! Possibile che vi abbiano creduto?”

Angelo fa un sorriso sghembo: “Le cose vanno fatte per bene. In mezzo a quella stanzaccia c’era rimasta solo della gran cenere e la rabbia dei fascisti che facemmo fessi! E da lì poi qualche giorno dopo col treno, un carro bestiame, mica un treno per gli umani! Senza mangiare un giorno e una notte s’arrivò di là dal Brennero … e lì i nazisti fecero fessi noi, altroché!”

Il silenzio in fondo non è mai assoluto. Claudio ed io la storia di Angelo non l’abbiamo certo vissuta di persona, ma in quel momento, per un attimo, ci siamo sprofondati dentro. E per quanto fossimo rimasti entrambi zitti, l’orrore che abbiamo sentito ci ha frastornati.

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“Mi dica Angelo – rompo il silenzio – perché qui tutti in paese la chiamano Remigio?”

“Era il mio bisnonno. I Colombo vennero qui nel 1673. Da Colombo siam diventati Colombi. Chissà perché i francesi, pare sia stato sotto Napoleone, vollero cambiarci di cognome. Si vede che per loro suonava meglio Colombì invece di Colombò.

Siamo affacciati sulla Val Gandino: dal balcone di casa Colombi le montagne si toccano. “Vede lì ?” – ci indica Angelo – “Lì dove ora ci son tutti quei boschi? Quando ero ragazzo io il bosco, glielo assicuro, non c’era. Tanta era la fame di legno che all’epoca avevamo. Solo lassù in cima si trovava ancora un po’ di legna”.

”E quanto tempo ci metteva per arrivare lassù?”

“Bah , allora … la gioventù, le gambe buone, tre quarti d’ora a far tanto”

“Un passo da Alpino, eh!”

“Alpino era mio padre. Venga qui: da qui si vede bene il campanile della chiesa. Lo vede? “

“E come no?”

“Bene. Lo vede il crocifisso in cima?”

“Certo”

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“Mio padre, l’alpino, s’arrampicò lassù per recuperare una reliquia. Ma mica s’accontentò di salire e basta! Fece anche le acrobazie sui bracci della Croce che la gente dabbasso tratteneva il fiato”

“Gli sarà sembrato d’aver le ali … col cognome che avete ….”

Angelo non commenta e rientra stancamente in casa. Dal tavolo della cucina prende una Settimana Enigmistica. Claudio mi dice che suo padre è appassionato di enigmistica: la montagna di copie che c’è sul tavolo lo dimostra.

“Famosa marca tedesca di motociclette. Tre lettere. Facile – fa Angelo – “BMW ” “Poi la BMW la conosco bene. L’ho guidata per tanti anni. Con mia moglie abbiamo fatto mille giri”

“Ancora oggi papà non ha smesso d’andare in moto, sa?” mi fa Claudio e ridendo m’indica lo scooter parcheggiato in giardino.

Angelo è la memoria di una vita, tragica, straordinaria, incredibile convissuta con tantissimi altri affratellati in un destino feroce. Onorando Angelo noi fortunati onoriamo un’intera generazione sventurata. Non solo: noi dobbiamo onorare e ringraziare Angelo perché la sua testimonianza ci dona il futuro.

 

 

su e giù per la vita

L’intera storia dedicata a è nel libro “Su e giù per la vita. Storie di uomini e donne straordinariamente ordinari” di Marco David Benadì, edito da Baldini&Castoldi.

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