Il Cassius Clay modenese che “ubriacava” gli avversari

Claudio Cassanelli
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Il Cassius Clay modenese che “ubriacava” gli avversari
LA STORIA
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Massimo mi aveva avvertito: “Guarda che questo signore è un gigante”, sicché mi sentivo pronto e preparato a fronteggiare il mio ospite quando ho suonato il suo citofono. Ma arrivato in cima alle scale ho traballato: il gigante m’ha porto una mano sulla quale ci sarebbe stata comoda una pizza. Ho chiuso gli occhi e mi sono preparato al peggio. Non posso dire d’aver sfiorato un petalo di rosa, ma nessuna morsa m’ha stritolato.

Siamo entrati in salotto dove sul tavolo campeggiava un computer acceso, alle pareti fotografie di famiglia, sul divano dei cuscini accoglienti. Attorno al tavolo delle sedie su cui ci siamo accomodati. Anche seduto il Signor Claudio appare imponente ma per nulla minaccioso. Ho esordito con il più fiacco degli esordi: “Massimo mi ha tanto parlato di lei …” e ho sciorinato qualche altra considerazione sull’interesse e la curiosità che provavo nell’incontrare una persona come lui.

Cercando un appiglio per riuscire io interessante al suo cospetto, l’ho invitato ad andare su “you tube” per vedere come in Stannah Racconta narriamo delle persone con le quali siamo entrati in contatto. Nel frattempo Paolo scattava foto e sistemava la cinepresa. Mentre eravamo impegnati in questi aspetti diciamo strutturali – organizzativi di avvio della conversazione alla ricerca di una modalità fluida e calda, è arrivata la signora Cassanelli. “Oh buonasera, che piacere ..  “Piacere, lieto di conoscerla  ….”  Insomma, tutto il cerimoniale, il rituale delle presentazioni. La signora, cortesissima e molto asciutta, ha rifiutato di sedersi e, rimanendo in piedi, ha chiesto in modo diretto ad esplicito al marito se lui fosse d’accordo con questa iniziativa, se acconsentiva a “mettere i propri panni in piazza”.

Mi sono sentito sul Titanic un istante prima dello scontro coll’iceberg.

Il Signor Cassanelli, pacatissimo e sereno ha rassicurato la moglie con uno sguardo e ha cominciato a parlare con me e subito tutto l’imbarazzo, l’incertezza sono svaniti e tutto è diventato facile.

“Un pugile! E’ la prima volta che incontro un pugile. Come le è successo di diventare pugile?” “Per scherzo!” “Come per scherzo? Salire su un ring per fare a botte, come scherzo, mi pare, come minimo … ardito, ecco.”

“Capisco da ciò che dice che lei di pugilato non ne capisce granché vero? Senza offesa, naturalmente.” “Si, in effetti, non ho mai preso la boxe in considerazione come un mio possibile sport da praticare.”

“Capisco, da ragazzo avrà fatto gli sport che i suoi amici facevano, no? Magari andando all’oratorio.” “Sì, è proprio così” “Vede? Io avevo un amico gran tifoso di pugilato. E’ lui che mi porta con sé in palestra. Avevo 14 anni. Con questo amico dividevo proprio tutto: anche i guantoni, Ne avevamo un paio. Cioè un guantone per uno” “Lei cosa aveva, il sinistro o il destro?”. Il Signor Claudio mi dà un’occhiata molto esplicita. Sicché all’improvviso trovo estremamente interessante il mio taccuino. “Dov’è che è nato?” “Da queste parti, a Ravarino” “In campagna?” “Certo, i miei genitori erano contadini ed io sono cresciuto nei campi.” “E quando ha cominciato a fare sul serio?” “Ho avuto un bravo allenatore. M’ha aperto la palestra. M’ha insegnato i primi rudimenti. Il fisico ce l’avevo, la tecnica s’impara. Se ci si mette impegno, volontà, passione” “Ho sempre saputo che la boxe la chiamano la nobile arte. Quali sono  i fattori che la rende nobile?”

“Vede, la boxe, m’ha insegnato il mio allenatore, non è “fare a cazzotti”. E’ tutt’altra cosa.” “Eppure i pugili sul ring sembrano fare proprio quello” “Già: per salire su un ring certamente il coraggio ci vuole” “E di sicuro bisognerà avere anche una forza esplosiva” “Si, si, naturalmente. Forza e coraggio, in fondo sono molte le società sportive che inalberano questo nome”

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“Mai denominazione, nel caso della boxe, m’è sembrata più opportuna” “Va bene, va bene. Ma la forza e il coraggio da soli nel pugilato non bastano” “Ah no? Che altro occorre?” “Come minimo altri due fattori fondamentali: uno è l’intelligenza. L’altro la velocità.”  “Beh: certo l’intelligenza aiuta! Se vedo che l’altro è più grosso … quasi, quasi …. ”

 

Qui capisco che un altro fattore fondamentale nella boxe è la pazienza e la tolleranza. Infatti, imperturbabile, il Signor Sergio prosegue: “Nella boxe l’intelligenza fa la differenza. La forza bruta, appunto il “fare a cazzotti” prima o poi ti perde. Puoi trovare sempre qualcuno più grosso, più “cattivo” di te. Ma se sei intelligente, trovi il modo di superare anche chi è più forte di te, anche chi si butta allo sbaraglio con un coraggio da leone” “Le è successo qualche volta di vincere proprio grazie a questa qualità?” “Proprio perché ho in mente un combattimento preciso le ho fatto questa considerazione” “Ah sì? E quando è stato?” “Combattevo con un francese, forte come un toro. Impressionante. Faceva paura. Eppure ho vinto io” “L’ha steso?” “No. L’ho ubriacato” “Mi faccia capire: ha fatto come Cassius Clay?” “Già: Cassius Clay era un campione immenso. Era potente, ma ce n’erano altri ancora più potenti di lui. Era coraggioso senza dubbio, Era veloce, velocissimo. Questa è un’altra qualità che rende la boxe così sofisticata. E con il suo cervello capiva come coordinare questi fattori in un equilibrio che cambiava sempre, a seconda di chi si trovava di fronte”

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“Cassius Clay: una ballerina in guantoni da boxe” “Proprio così: una farfalla che svolazzava irriverente davanti a dei colossi” “Questa cosa della farfalla mi fa venire in mente che negli anni sessanta, infuriava la guerra del Vietnam. Una metafora che usavano i Vietcong era proprio la farfalla (la loro guerriglia) contro la mazza (l’immenso apparato bellicoso) degli USA” “Il mio allenatore diceva che la potenza dei pugni, la forza del busto è sorretta da ciò che ci sta sotto. Le gambe, la loro forza, la loro elasticità e la loro resistenza sono fondamentali” “Chissà com’erano duri gli allenamenti”

“Certo. Ma andiamo con ordine. Da ragazzo contava la mia stazza fisica e la preparazione era ancora in via di definizione. Partecipo comunque al torneo “Primi pugni” e lo vinco. Proseguo e a Belluno divento campione italiano dilettanti” “E qui c’è la svolta” “Eh sì. Qui comincio a far sul serio e l’allenamento diventa fondamentale: tutte le mattine sveglia alle 6 in punto” “Con qualunque tempo?” “Con qualunque tempo” “Anche se la sera precedente aveva fatto un po’ più tardi? Succede, da giovanotti, qualche bicchiere con gli amici, il ballo in balera, le ragazze” “Già, se si vuole però diventare dei professionisti la prima regola è la disciplina. Una disciplina da amare, una scelta di vita, una più importante forma di libertà” “Insomma, un mare di rinunce” “No, non ha capito. Nessuna rinuncia. Una scelta in funzione di un obiettivo, di una meta da raggiungere. E siccome le mete importanti non sono facili da raggiungere bisogna metterci impegno, applicazione” “Mi fa venire in mente mia nonna che mi diceva sempre: fai quello che devi e mettiti in ciò che fai. E sì che mia nonna non ha mai fatto pugilato. O perlomeno non me l’ha mai detto.”

Un’altra dote di un pugile deve essere quella di non accettare le provocazioni. Infatti il Signor Claudio prosegue imperturbabile: “Appena sveglio via di corsa per i campi: 10 chilometri come minimo tutte le mattine, pioggia, neve, sole, sabati e domeniche.”  “Chissà poi che colazione al rientro!” “Si ma dovevo andare a lavorare” “Ah sì? E che mestiere faceva?” “Il saldatore” “Quando finiva il lavoro doveva allenarsi ancora?”  “Certo. Dalle 6 alle 8 ed anche oltre c’era la palestra”. “Saliva sul ring?” “Anche, ma vede sul ring si sostengono in genere dalle 10 alle 15 riprese ciascuna della durata di 3 minuti. Fra una ripresa e l’altra ci sono delle soste, i “riposi” da un minuto ciascuno. In palestra noi simulavamo l’attività che si fa sul ring. Tre minuti a picchiare il sacco, poi un minuto di riposo, altri tre minuti col sacco e dopo il riposo saltavo la corda.” “Perlomeno saltare la corda è divertente” “Lacorda nella rotazione deve fischiare, tanto è veloce il movimento. Saltare la corda aiuta a sviluppare il gioco di gambe di chi combatte sul ring.  Per lanciare un pugno pesante occorre avere una solida base sotto il busto.  Muovere i piedi in modo appropriato permette di portare pugni precisi, puliti e che fanno male e consente di evitare di prendere pugni dolorosi. Saltare la corda ad un ritmo veloce dà la prontezza e la possibilità di spostare i piedi rapidamente sul ring.”

“Insomma, saltare la corda ti insegna a fare la farfalla.” “E’ proprio così” “Mi permette una domanda da incompetente? Lei era un difensore o un attaccante? Ammesso che queste categorie scioccamente calcistiche si possano adattare al pugilato, naturalmente.” “Ammesso e concesso, posso dirle che ero più difensore che attaccante. Vede ho sempre pensato che fosse meglio non prenderle” “Ha ragione. Anche perché a prenderle si sente male” “No, non è vero. Il male non si sente: se si sentisse male nessuno andrebbe sul ring. Poi vede i guantoni hanno un’imbottitura talmente spessa che serve proprio a proteggere sia chi colpisce, sia chi viene colpito.” “Sarà! Ma allora com’è che ogni tanto si vede un pugile cadere a terra e finire KO?” “Perché ci sono tre punti nevralgici colpendo i quali si va a terra come un sacco vuoto” “E quali sono?” Il cuore, il mento e il fegato sono i punti che colpiti duramente ti sbattono a terra, talvolta privo di sensi. Per questo è così importante “stare in guardia”, ovvero assumere una posizione con gli avambracci stesi per proteggersi al meglio e con un braccio ogni tanto proteso in avanti, tenere l’altro a distanza e preparare il tuo colpo per sormontare la guardia del tuo avversario” “Capisco: però non deve essere facile non prenderle.” “Eh sì. Non prenderle è difficile. Avrà visto no, che i guantoni sono stretti all’avambraccio da delle corde? C’è sempre qualcuno che, nonostante questi lacci siano protetti da fasce, prova a colpirti di striscio, sul volto e se questo lo fai più e più volte, laceri la pelle, procuri delle ferite così   che l’arbitro ferma l’incontro perché sanguini.” “Ma non è leale!” “Già.”

Il commento così asciutto significa che la furbizia, il sotterfugio, provocare danno all’altro in modo subdolo non fanno parte dell’universo esistenziale del Signor Claudio. Nel suo mondo governato dall’impegno e dalla disciplina, dalla passione per ciò che si fa e se lo si fa val la pena di farlo con tutta la cura possibile, non c’è spazio per la slealtà, per le scorciatoie, per la disonestà. Capita di perdere sul ring come nella vita. Ma la vittoria, quando arriva, dipende dalla tua preparazione, dall’impegno profuso, dall’attaccamento al dovere, dalla passione. “Quanti incontri ha sostenuto in carriera?” “Centoventi da dilettante, arrivando anche al titolo di Campione Italiano della mia categoria e quattordici incontri da professionista” “Solo quattordici? Come mai?” “Ho perso l’ultimo incontro che ho sostenuto. Avvenne a Trapani, il 25 febbraio 1983” “Ma aveva solo ventinove anni! Avrebbe potuto rifarsi alla grande.”

La signora Cassanelli, fino ad allora presente ma silente ha parlato con estrema pacatezza: “Trasmettevano quell’incontro alla televisione. Era un incontro importante: c’era in palio il titolo di Campione italiano della categoria dei massimi. Pizzul faceva la telecronaca. Il combattimento fu equilibrato e la vittoria ai punti venne decretata a favore di Daniele Laghi” “Un verdetto certamente discutibile, Ma così è. Drammatica non fu la sconfitta. Drammatico fu l’epilogo. Appena tornato nell’angolo svenni.” “Miracolosamente fra i medici accorsi c’era un rianimatore che accortosi delle condizioni disperate di mio marito lo fece immediatamente ricoverare a Palermo. La telecronaca fu interrotta ed io precipitai nella disperazione più nera. Non c’erano notizie. Non sapevo se Claudio era vivo o morto.” “Stetti in coma 10 giorni” “Da allora più nulla è stato lo stesso”.

Avverto come un lampo seguito da un enorme, fragorosissimo tuono. La dolcezza, la serenità, la pacatezza, la morbidezza che avevo percepito per tutto il tempo che ero stato seduto in questo salotto si dissipa all’improvviso. Guardo una grande fotografia che coglie i signori Cassanelli nel giorno delle loro nozze. Sono volti belli come solo i ventenni possono avere. Dopo quel 25 febbraio, erano appena passati sei anni dalle nozze, era piccolissimo il loro primo e rimasto unico figlio, sogni, speranze, aspettative mutano dolorosamente. “Ho combattuto per rinascere come una donna diversa. Così come ha combattuto mio marito un’altra battaglia che non era pronto ad affrontare. Quando ti portano via i sogni, non ti usano soltanto violenza, non si limitano a farti del male. Ti annichiliscono. Il pericolo maggiore è restare sotto le macerie dei rimpianti, della nostalgia.”

Riprendo fiato mentre sento ricostruirsi attorno a me quell’aura di una famiglia solida, compatta. All’inizio la saldezza l’avevo letta come espressione di una serenità, di una tranquillità come fuori dal tempo. Ciò che adesso sento è la consistenza di chi la vita l’ha attraversata e ha saputo vivere i sogni, sopportare di perderli, ritrovarne altri.

su e giù per la vita

L’intera storia dedicata a Claudio Cassanelli è nel libro “Su e giù per la vita. Storie di uomini e donne straordinariamente ordinari” di Marco David Benadì, edito da Baldini&Castoldi.

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